Finalmente Lady Camilla
Inviato: 19 nov 2008, 13:31
Avevo, a suo tempo, raccontato velocemente il mio parto ma ora il senno di poi e ancora la memoria freschissima legata a quel momento (e chi se lo dimentica!) mi spingono a rinarrarlo e và, ci aggiungo anche un pizzico di ironia che non guasta mai.
Prima parte:
La data prevista del parto era stata pronosticata dal mio ginecologo, dalla capo ostretica più tutto il corpo infermieri del reparto ostetricia in collaborazione con il Mago Zurlì e Otelma per il 27 settembre 2006. Contando che il “mio tempo” sarebbe stato il 21 settembre, aggiungendo i sei giorni di margine, analizzando le fasi lunari, contando i giorni del calendario Maya, quello Giuliano e “L’Almanacco del giorno dopo” effettivamente tutto lasciava pensare che la data prevista sarebbe stata alla fine di settembre.
La previsione risultò meno efficace di quella del Millennium Bug e la mia pancia continuò a lievitare per altri lunghi, interminabili, infiniti 9 giorni finché durante la sera del 4 ottobre, completamente snervata dall’attesa, dai dolori lancinanti alla schiena neanche fossi stata presa a mazzate da un ultrà del Catania, dal fatto che le mie gambe facessero concorrenza alle zampe di Dumbo pensieri perversi cominciarono ad invadermi la mente e mentre ero indecisa tra lanciarmi in picchiata dalla rampa di scale del mio palazzo e atterrare in doppia carpiata davanti al portone d’entrata o mettere il dvd di Jane Fonda sulla lezione di step aerobico/acrobatico e saltare come un’ossessa da rave party tutta la notte per sfrattare quella pigra di Camilla che minimamente accennava l’intenzione di affacciarsi al mondo, decisi che la cosa migliore era quella di andarmene a letto, anche perché avendo l’agilità di un capodoglio arenato sulla spiaggia il massimo del movimento che mi era permesso era sollevare a fatica le dita dei piedi.
Con le prime luci dell’alba del 5 ottobre ecco arrivare un segnale significativo: la sensazione che un liquido denso fuoriuscisse in zona basso ventre. Senza neanche l’ombra di dubbio corsi in bagno agile come una gazzella, gli ultimi sprazzi di energia, per assistere all’evento rottura acque e invece scopro che era sangue che scendeva a catinelle. Con un urlo frutto dell’incrocio tra quello di Tarzan e Wanna Marchi ai tempi d’oro delle televendite e nell’acme dei suoi momenti d’isteria acuta se qualcuno osava mettere in dubbio l’efficacia dei ritrovati che pubblicizzava ho svegliato mio marito con bolla al naso e l’ho scaraventato dal letto che ancora farfugliava frasi incomprensibili tipici della fase Rem.
Una volta arrivati all’ospedale il flusso aveva subìto un arresto a differenza del mio stato d’ansia che era arrivato all’ennesima potenza senza contare che prendendo l’ascensore per arrivare al reparto Ginecologia sono rimasta sola assieme all’infermiere che mi sorreggeva e ad un prete ottuagenario che con una sensibilità alla Madre Teresa di Calcutta ma anche un po’ di Alzheimer in atto mi disse che era in procinto di dare l’estrema unzione ad un malato terminale al piano superiore a quello in cui ero diretta io. Mentre ero nel dubbio su chi stesse peggio se il prete o il malato con un piede più di là che di qua si aprono le provvidenziali porte dell’ascensore prevenendo il prolungamento della presenza del sacerdote incarnazione di un gufo ma soprattutto una denuncia nei miei confronti da parte dell’infermiere per molestie sessuali visto che stavo per afferrare i suoi gioielli di famiglia per scaramanzia.
Una volta entrata nella stanza delle visite non ho dato neanche il tempo all’ennesimo ginecologo di turno di chiedermi il motivo per cui fossi lì e ormai senza più un briciolo di ritegno e inibizione visto il mio passato trascorso fatto di numerosi ricoveri per cisti endometriosiche e gli infiniti controlli durante i nove mesi di attesa tra tamponi vaginali, pap test, ecografia interne e ispezioni al limite del porno mi sono spogliata con una velocità da fare concorrenza a Cicciolina nei suoi spettacoli hard.
L’ ecografia di controllo constata una rottura di capillari dovuta alla pressione provocata da Camilla che stava concedendomi la grazia di muoversi.
Decidono di ricoverarmi e dopo una serie di trenini cantando “ehi, me amigo Charlie ohhohooo…” per festeggiare la decisione della mia entrata in ospedale cominciano le prime avvisaglie delle tanto attese doglie.
I dolori erano esattamente quelli del ciclo mestruale ed essendo assolutamente gestibili ho cominciato a sentirmi una vera donna chiedendomi come mai fosse così insopportabile per molte affrontare i dolori del parto.
All’ora di pranzo quelle che credevo doglie spariscono improvvisamente e attaccandomi al bavero di qualsiasi infermiera di passaggio, inserviente, portantino per sapere cosa mi stesse succedendo il nulla prende il sopravvento. Niente, nada, Camilla mi stava tirando un altro bidone.
Il pomeriggio trascorre lento assieme a marito, famigliari, amici che nel frattempo decidendo di ammazzare un pò il tempo avevano chiamato un giudice del Guinnes dei Primati per determinare se riuscissi a raggiungere il record mondiale del “maggior numero di camminate per il corridoio”. Dopo avere vinto il primato, provocato una voragine in corrispondenza di dove mettevo i piedi causando le ire dell’assessore alle infrastrutture che il giorno prima aveva tagliato il nastro inaugurando con successo la ristrutturazione del reparto maternità e un accenno di humus che si stava formando in tutto il mio corpo per l’attesa tutti i miei visitatori decidono di andarsene a casa, marito compreso che dietro mia insistenza ha deciso di salutarmi poiché stava prendendo le sembianze di una statuetta del presepe.
Rimango sola. Decido di attaccare bottone alla mia vicina di letto che aveva partorito il giorno prima e mentre le riversavo tutte le mie frustrazioni con una veemenza di un ospite di “C’è posta per te” che chiede perdono alla prozia che gli porta rancore dal lontano ’68, finalmente il mio desiderio di liberarmi una volta per tutte di quella specie di cofano della 500 che avevo incollato davanti viene esaudito…
…continua…..
Prima parte:
La data prevista del parto era stata pronosticata dal mio ginecologo, dalla capo ostretica più tutto il corpo infermieri del reparto ostetricia in collaborazione con il Mago Zurlì e Otelma per il 27 settembre 2006. Contando che il “mio tempo” sarebbe stato il 21 settembre, aggiungendo i sei giorni di margine, analizzando le fasi lunari, contando i giorni del calendario Maya, quello Giuliano e “L’Almanacco del giorno dopo” effettivamente tutto lasciava pensare che la data prevista sarebbe stata alla fine di settembre.
La previsione risultò meno efficace di quella del Millennium Bug e la mia pancia continuò a lievitare per altri lunghi, interminabili, infiniti 9 giorni finché durante la sera del 4 ottobre, completamente snervata dall’attesa, dai dolori lancinanti alla schiena neanche fossi stata presa a mazzate da un ultrà del Catania, dal fatto che le mie gambe facessero concorrenza alle zampe di Dumbo pensieri perversi cominciarono ad invadermi la mente e mentre ero indecisa tra lanciarmi in picchiata dalla rampa di scale del mio palazzo e atterrare in doppia carpiata davanti al portone d’entrata o mettere il dvd di Jane Fonda sulla lezione di step aerobico/acrobatico e saltare come un’ossessa da rave party tutta la notte per sfrattare quella pigra di Camilla che minimamente accennava l’intenzione di affacciarsi al mondo, decisi che la cosa migliore era quella di andarmene a letto, anche perché avendo l’agilità di un capodoglio arenato sulla spiaggia il massimo del movimento che mi era permesso era sollevare a fatica le dita dei piedi.
Con le prime luci dell’alba del 5 ottobre ecco arrivare un segnale significativo: la sensazione che un liquido denso fuoriuscisse in zona basso ventre. Senza neanche l’ombra di dubbio corsi in bagno agile come una gazzella, gli ultimi sprazzi di energia, per assistere all’evento rottura acque e invece scopro che era sangue che scendeva a catinelle. Con un urlo frutto dell’incrocio tra quello di Tarzan e Wanna Marchi ai tempi d’oro delle televendite e nell’acme dei suoi momenti d’isteria acuta se qualcuno osava mettere in dubbio l’efficacia dei ritrovati che pubblicizzava ho svegliato mio marito con bolla al naso e l’ho scaraventato dal letto che ancora farfugliava frasi incomprensibili tipici della fase Rem.
Una volta arrivati all’ospedale il flusso aveva subìto un arresto a differenza del mio stato d’ansia che era arrivato all’ennesima potenza senza contare che prendendo l’ascensore per arrivare al reparto Ginecologia sono rimasta sola assieme all’infermiere che mi sorreggeva e ad un prete ottuagenario che con una sensibilità alla Madre Teresa di Calcutta ma anche un po’ di Alzheimer in atto mi disse che era in procinto di dare l’estrema unzione ad un malato terminale al piano superiore a quello in cui ero diretta io. Mentre ero nel dubbio su chi stesse peggio se il prete o il malato con un piede più di là che di qua si aprono le provvidenziali porte dell’ascensore prevenendo il prolungamento della presenza del sacerdote incarnazione di un gufo ma soprattutto una denuncia nei miei confronti da parte dell’infermiere per molestie sessuali visto che stavo per afferrare i suoi gioielli di famiglia per scaramanzia.
Una volta entrata nella stanza delle visite non ho dato neanche il tempo all’ennesimo ginecologo di turno di chiedermi il motivo per cui fossi lì e ormai senza più un briciolo di ritegno e inibizione visto il mio passato trascorso fatto di numerosi ricoveri per cisti endometriosiche e gli infiniti controlli durante i nove mesi di attesa tra tamponi vaginali, pap test, ecografia interne e ispezioni al limite del porno mi sono spogliata con una velocità da fare concorrenza a Cicciolina nei suoi spettacoli hard.
L’ ecografia di controllo constata una rottura di capillari dovuta alla pressione provocata da Camilla che stava concedendomi la grazia di muoversi.
Decidono di ricoverarmi e dopo una serie di trenini cantando “ehi, me amigo Charlie ohhohooo…” per festeggiare la decisione della mia entrata in ospedale cominciano le prime avvisaglie delle tanto attese doglie.
I dolori erano esattamente quelli del ciclo mestruale ed essendo assolutamente gestibili ho cominciato a sentirmi una vera donna chiedendomi come mai fosse così insopportabile per molte affrontare i dolori del parto.
All’ora di pranzo quelle che credevo doglie spariscono improvvisamente e attaccandomi al bavero di qualsiasi infermiera di passaggio, inserviente, portantino per sapere cosa mi stesse succedendo il nulla prende il sopravvento. Niente, nada, Camilla mi stava tirando un altro bidone.
Il pomeriggio trascorre lento assieme a marito, famigliari, amici che nel frattempo decidendo di ammazzare un pò il tempo avevano chiamato un giudice del Guinnes dei Primati per determinare se riuscissi a raggiungere il record mondiale del “maggior numero di camminate per il corridoio”. Dopo avere vinto il primato, provocato una voragine in corrispondenza di dove mettevo i piedi causando le ire dell’assessore alle infrastrutture che il giorno prima aveva tagliato il nastro inaugurando con successo la ristrutturazione del reparto maternità e un accenno di humus che si stava formando in tutto il mio corpo per l’attesa tutti i miei visitatori decidono di andarsene a casa, marito compreso che dietro mia insistenza ha deciso di salutarmi poiché stava prendendo le sembianze di una statuetta del presepe.
Rimango sola. Decido di attaccare bottone alla mia vicina di letto che aveva partorito il giorno prima e mentre le riversavo tutte le mie frustrazioni con una veemenza di un ospite di “C’è posta per te” che chiede perdono alla prozia che gli porta rancore dal lontano ’68, finalmente il mio desiderio di liberarmi una volta per tutte di quella specie di cofano della 500 che avevo incollato davanti viene esaudito…
…continua…..