è giusto cambiare vita?
Inviato: 14 feb 2013, 12:24
Ciao a tutte, sull'onda del post sulla città che si sente "propria",
scrivo per chiedervi consigli ed esperienze. Sono mamma di due bimbi di otto e tre anni.
Dico subito che sono nuova o meglio non scrivo mai, perché leggo sempre la sera, ho poco tempo, ma leggo moltissimo, da anni. Perciò il vostro parere è importante per me.
Io e mio marito stiamo insieme da tredici anni, abbiamo vissuto insieme da studenti universitari, poi da genitori. Abbiamo sempre condiviso il desiderio di trasferirci altrove dopo l'università, lasciare il sud e trasferirci in una regione che offrisse maggiori opportunità di lavoro, come moltissimi nostri coetanei.
La scelta pareva più che accettabile razionalmente, e a me emotivamente ha sempre dato una spinta positiva pensare che ci saremmo trasferiti. Ma tre anni fa, incinta della mia seconda cucciola, complice forse lo stordimento e la stanchezza da gravidanza, parlo con mio marito dei miei dubbi sul trasferimento. Ho paura di fare la scelta sbagliata, soprattutto per i figli. Temo di non farcela a lavorare, magari full time, con una cucciola di pochi mesi e un bimbo di cinque anni, senza aiuti, con tutte le spese del caso. Perché non andare a vivere (lasciando la città universitaria dove eravamo, sempre nella stessa regione) vicino alle nostre famiglie, dove la vita è meno cara e più "comoda"? Non sarà più sano per i figli, crescere in un luogo che conosciamo, frequentare i nonni, senza andare incontro alle incognite di un trasferimento?
Mio marito ha le stesse riserve e così restiamo, lui smette di mandar curriculum, io rifiuto l'incarico di supplenza, ci spostiamo di soli cento km e iniziamo la nostra vita qui. "qui" è una piccola città, dove è nato mio marito. Dopo un anno inizio a pentirmi amaramente.
I primi mesi sono facili, sono totalmente assorbita dalla piccola e dalla nuova gestione a quattro. Penso che potrei vivere così per sempre, facendo la casalinga e mamma. Poi comincio ad alzare gli occhi da pappe e pannolini. La scelta della scuola primaria per mio figlio è difficile, ce ne sono poche e tutte lasciano a desiderare. idem per il nido e la materna. non esiste pre e post scuola, nè servizi simili. non ci sono opportunità per il tempo libero (dei bambini). I nonni lavorano tutti e hanno poco tempo per i nipoti. Nessuno dei nostri amici va al cinema, esce, va ai concerti, come eravamo abituati a fare noi.
moltissimi sono andati via.
Economicamente la zona è depressa, moltissimi perdono il lavoro e alcune tipologie di lavoro non esistono affatto . L'unico impiego che trovo nel mio campo è a 100 km da casa, attività di ricerca non retribuita, investimento per il futuro. Dopo un anno capiamo che l'orario di lavoro è inconciliabile con i figli, mio marito non può esserci sempre negli orari in cui manco, non sono retribuita e non so se lo sarò, così lascio. nel frattempo abbiamo aperto una piccola azienda nel campo di mio marito, che al momento non è in attivo.
Mio marito cerca di fare il libero professionista, ma deve ancora decollare.
Io sento solo un'atmosfera pesante, provinciale, soffocante. Una mentalità poco aperta al nuovo, sicuramente dovuta a mille fattori, ma insomma che non può offrire nulla: l'idea di crescerci i miei figli mi mette angoscia. L'idea di non lavorare idem.
Non è un processo al sud, assolutamente: è solo che qui, in questo contesto, io percepisco questo. Non abbiamo un lavoro fisso, nè sicurezze economiche (niente casa di proprietà ad esempio), l'azienda da sola non ci permette di vivere e io sto cercando un altro lavoro per "arrotondare".quindi non credo che lasceremmo qualcosa di concreto.
Secondo voi trasferirsi In un momento di crisi come questo è una pazzia? Mio marito dovrebbe andare a fare colloqui, io dovrei raggiungerlo e cercare un lavoro, ci si dovrebbe orientare su città medie, non piccole. Mio marito non mira alla carriera, vorrebbe solo fare il suo lavoro, che ama e che fa con dedizione estrema. il mio progetto utopico poi sarebbe trasferire l'azienda.
Ma mio marito del mio progetto non condivide niente. é vero che lui è molto più razionale di me, ma è anche una persona che difficilmente prende iniziative per risolvere i problemi. Non ha intenzione di andare a vivere in un posto dove la vita costa il doppio, ha paura di restare senza lavoro, crede che lui e i nostri figli vivrebbero bene ovunque.
Voi come la pensate? Il primissimo pensiero sono i figli. è giusto fargli affrontare un cambiamento così, per qualcosa che io sono convinta cambierebbe in meglio la vita a tutti ma chissà se è vero? Il mio primogenito ha già otto anni.
oppure è giusto fargli vivere qui cento giorni da pecora, in cambio di una casa più comoda, la scuola vicina a casa e poco traffico?
Il nostro micromondo fatto da figli,lavoro, e marito è tutto, a prescindere sall'ambiente esterno? o è importante l'ambiente in cui si vive? cambiereste città in una situazione come la mia, con tutti i rischi del caso?
Oppure, avete un suggerimento epr adattarsi? spegnere il proprio istinto di spinta verso il miglioramento? io non riesco a accettare una scelta che sia "rinunciataria". cioè accettare una situazione per evitarne un'altra. vorrei saper vedere i lati positivi, per avere una motivazione di base, per insegnare ai miei figli ad amare la propria città pur riconoscendone i limiti.
Mi aiutate con esperienze simili?
scrivo per chiedervi consigli ed esperienze. Sono mamma di due bimbi di otto e tre anni.
Dico subito che sono nuova o meglio non scrivo mai, perché leggo sempre la sera, ho poco tempo, ma leggo moltissimo, da anni. Perciò il vostro parere è importante per me.
Io e mio marito stiamo insieme da tredici anni, abbiamo vissuto insieme da studenti universitari, poi da genitori. Abbiamo sempre condiviso il desiderio di trasferirci altrove dopo l'università, lasciare il sud e trasferirci in una regione che offrisse maggiori opportunità di lavoro, come moltissimi nostri coetanei.
La scelta pareva più che accettabile razionalmente, e a me emotivamente ha sempre dato una spinta positiva pensare che ci saremmo trasferiti. Ma tre anni fa, incinta della mia seconda cucciola, complice forse lo stordimento e la stanchezza da gravidanza, parlo con mio marito dei miei dubbi sul trasferimento. Ho paura di fare la scelta sbagliata, soprattutto per i figli. Temo di non farcela a lavorare, magari full time, con una cucciola di pochi mesi e un bimbo di cinque anni, senza aiuti, con tutte le spese del caso. Perché non andare a vivere (lasciando la città universitaria dove eravamo, sempre nella stessa regione) vicino alle nostre famiglie, dove la vita è meno cara e più "comoda"? Non sarà più sano per i figli, crescere in un luogo che conosciamo, frequentare i nonni, senza andare incontro alle incognite di un trasferimento?
Mio marito ha le stesse riserve e così restiamo, lui smette di mandar curriculum, io rifiuto l'incarico di supplenza, ci spostiamo di soli cento km e iniziamo la nostra vita qui. "qui" è una piccola città, dove è nato mio marito. Dopo un anno inizio a pentirmi amaramente.
I primi mesi sono facili, sono totalmente assorbita dalla piccola e dalla nuova gestione a quattro. Penso che potrei vivere così per sempre, facendo la casalinga e mamma. Poi comincio ad alzare gli occhi da pappe e pannolini. La scelta della scuola primaria per mio figlio è difficile, ce ne sono poche e tutte lasciano a desiderare. idem per il nido e la materna. non esiste pre e post scuola, nè servizi simili. non ci sono opportunità per il tempo libero (dei bambini). I nonni lavorano tutti e hanno poco tempo per i nipoti. Nessuno dei nostri amici va al cinema, esce, va ai concerti, come eravamo abituati a fare noi.
moltissimi sono andati via.
Economicamente la zona è depressa, moltissimi perdono il lavoro e alcune tipologie di lavoro non esistono affatto . L'unico impiego che trovo nel mio campo è a 100 km da casa, attività di ricerca non retribuita, investimento per il futuro. Dopo un anno capiamo che l'orario di lavoro è inconciliabile con i figli, mio marito non può esserci sempre negli orari in cui manco, non sono retribuita e non so se lo sarò, così lascio. nel frattempo abbiamo aperto una piccola azienda nel campo di mio marito, che al momento non è in attivo.
Mio marito cerca di fare il libero professionista, ma deve ancora decollare.
Io sento solo un'atmosfera pesante, provinciale, soffocante. Una mentalità poco aperta al nuovo, sicuramente dovuta a mille fattori, ma insomma che non può offrire nulla: l'idea di crescerci i miei figli mi mette angoscia. L'idea di non lavorare idem.
Non è un processo al sud, assolutamente: è solo che qui, in questo contesto, io percepisco questo. Non abbiamo un lavoro fisso, nè sicurezze economiche (niente casa di proprietà ad esempio), l'azienda da sola non ci permette di vivere e io sto cercando un altro lavoro per "arrotondare".quindi non credo che lasceremmo qualcosa di concreto.
Secondo voi trasferirsi In un momento di crisi come questo è una pazzia? Mio marito dovrebbe andare a fare colloqui, io dovrei raggiungerlo e cercare un lavoro, ci si dovrebbe orientare su città medie, non piccole. Mio marito non mira alla carriera, vorrebbe solo fare il suo lavoro, che ama e che fa con dedizione estrema. il mio progetto utopico poi sarebbe trasferire l'azienda.
Ma mio marito del mio progetto non condivide niente. é vero che lui è molto più razionale di me, ma è anche una persona che difficilmente prende iniziative per risolvere i problemi. Non ha intenzione di andare a vivere in un posto dove la vita costa il doppio, ha paura di restare senza lavoro, crede che lui e i nostri figli vivrebbero bene ovunque.
Voi come la pensate? Il primissimo pensiero sono i figli. è giusto fargli affrontare un cambiamento così, per qualcosa che io sono convinta cambierebbe in meglio la vita a tutti ma chissà se è vero? Il mio primogenito ha già otto anni.
oppure è giusto fargli vivere qui cento giorni da pecora, in cambio di una casa più comoda, la scuola vicina a casa e poco traffico?
Il nostro micromondo fatto da figli,lavoro, e marito è tutto, a prescindere sall'ambiente esterno? o è importante l'ambiente in cui si vive? cambiereste città in una situazione come la mia, con tutti i rischi del caso?
Oppure, avete un suggerimento epr adattarsi? spegnere il proprio istinto di spinta verso il miglioramento? io non riesco a accettare una scelta che sia "rinunciataria". cioè accettare una situazione per evitarne un'altra. vorrei saper vedere i lati positivi, per avere una motivazione di base, per insegnare ai miei figli ad amare la propria città pur riconoscendone i limiti.
Mi aiutate con esperienze simili?