bimbo che non parla (lungo!)
Inviato: 30 nov 2008, 22:02
Salve,
ho scoperto questo forum quando aspettavo il mio amore Alessio ma non avevo mai scritto. Adesso mi sono decisa, un po’ per sfogarmi un po’ perché spero di essere di aiuto a qualcuno che magari si può trovare nella mia situazione.
Il mio bimbo ha 3 anni e mezzo, è alto (108 cm, porta il 30 di scarpe) sebbene noi non siamo dei giganti, ed è bellissimo (davvero, lo dicono in molti…non sembra neanche nostro figlio!).
Il mio bimbo ha un grave ritardo del linguaggio (dice poche parole, qualche combinazione ma solo su ripetizione, pochi monosillabi per indicare tante cose); porta ancora il pannolino.
Ha avuto un regolare sviluppo psico-motorio, sicuramente fino ai 20 mesi. Poi ho iniziato a vedere che gli altri bimbi iniziavano a parlare (alcuni già prima dei due anni componevano le frasette), che giocavano e socializzavano, che scorrazzavano in triciclo e in bici. Mio figlio queste cose le faceva poco, ma non frequentava l’asilo e soffriva molto di bronchiti. Solo due-tre bimbi, figli di nostri amici, gli piacevano molto e ci stava volentieri; diciamo che era molto selettivo… come nel mangiare. Dopo uno svezzamento perfetto, a un anno aveva avuto un rifiuto totale delle pappe e aveva iniziato a mangiare i pezzetti con le mani, per poi passare presto alle posate. Mangiava poco e pochissime cose ma la crescita proseguiva normalmente; del resto, tanti bimbi fanno i capricci con il cibo…
E poi ovviamente tutti erano sempre pronti a bastonare le mie preoccupazioni (in generale, io sono considerata una persona troppo pessimista):
-“Non parla?” “Vedrai che parlerà, ogni bimbo ha i suoi tempi, quando inizierà non starà più zitto, anche la nipote della zia della mia parrucchiera fino ai 3 anni non diceva una sillaba, poi d’un tratto ha iniziato a recitare la Divina Commedia”.
-“Gli piace stare per i fatti suoi?” “Ma è un bambino timido! Ogni bimbo ha la sua personalità. E poi a quest’età non esiste l’amicizia tra bambini, i bambini giocano vicino ma non insieme…”
Insomma, tanti bla bla bla di rassicurazione.
Quando Alessio compie due anni, lo porto da un pediatra privato a “fare il tagliando” (il mio pediatra della mutua non mi piace; gli avevo parlato delle mie osservazioni sul bimbo ma lui aveva ovviamente minimizzato, senza neanche provare a valutarlo lui). Questo pediatra privato verifica che Alessio ha una buona comprensione, ma che ha un vocabolario di 10-15 parole, che non dice neanche tanto bene e che non combina mai insieme (ad es. non dice “mamma acqua”). E’ maggio, c’è davanti l’estate e a settembre Alessio inizierà il nido, quindi mi dice che si può aspettare qualche mese.
L’inserimento al nido è buono ma Alessio non accenna a parlare (ha due anni e 4 mesi), insisto col pediatra della mutua perché mi invii al dipartimento materno-infantile ma lui è sempre più idiota, mi dice di leggergli dei libri…come se non l’avessimo mai fatto. In casa avevamo una vera biblioteca perchè i libri erano una delle poche attività che faceva, insieme alla visione dei suoi amati cartoni (niente costruzioni, niente macchinine, niente colori…perché di questi giochi non ne voleva sapere e non c’era verso di insistere). Nel frattempo, io sono rimasta incinta.
A novembre mio marito si presenta da solo dal pediatra, pretendendo di essere inviato in neuropsichiatria infantile. Ci fissano un appuntamento e facciamo un colloquio con un operatore dell’Asl, senza il bimbo. L’accento è posto sull’assenza di linguaggio, noi gli raccontiamo tutto quello che Alessio fa e quello che non fa, ma non mi sembra che questo soggetto sia preoccupato. Ci dice che la commissione valuterà il caso (ci sono ben altre urgenze!) e che presumibilmente verremo chiamati dopo un mese. Passa il mese, io penso di rivolgermi privatamente ma nel frattempo la pedagogista del nido, sapendomi preoccupata, mi dice che osserverà attentamente Alessio per qualche giorno, durante le attività e le routines. Poi ci chiama per un colloquio e ci tranquillizza: anche se nel frattempo sono emerse altre peculiarità (iperattività, attenzione labile) dice che rientrano nella normalità, che è un bimbo con il suo caratterino, che fa solo quello che gli pare e piace. Dice anche che la logopedia non si inizia fino ai 4-5 anni…
A gennaio sono sempre più in ansia, l’ASL non chiama e la mia gravidanza è faticosa. Sto per contattare un neuropsichiatria privato quando mi fissano l’appuntamento: la neuropsichiatra di territorio vedrà prima noi genitori da soli, e poi il bambino, ma passerà un altro mese!
Tra febbraio e marzo ci sono 3-4 incontri, la dottoressa gli prescrive l’esame audiometrico (anche se inutile, so che A. ci sente benissimo), mi dà alcuni consigli sui giochi da fare (es. privilegiare il gioco simbolico, come se io non ci avessi mai provato…) e mi dice che, visto il notevole ritardo di linguaggio, Alessio sarà inserito in lista d’attesa per la logopedia come caso urgente.
Nel frattempo io mi sento uno straccio, Alessio è sempre a casa malato, è difficile da gestire (come fosse un bimbo piccolo), io soffro d’insonnia, dico alla ginecologa che la vasosuprina mi dà tanto affanno e lei mi dice che posso smetterla. Ma le cose non vanno bene e il mio piccolo nasce prematuro, a 33 settimane. Altro stress, altre preoccupazioni.
Appena compiuti i tre anni Alessio inizia la logopedia (ci danno una sola volta a settimana), ma in modo incostante, soprattutto a causa della stagione estiva. Non viene più visto dalla neuropsichiatra, che si fida del filtro rappresentato dalla logopedista. I mesi estivi passano veloci e male, non vedo progressi e anzi i comportamenti di Alessio peggiorano: le sue corsette per la casa aumentano, accompagnate da saltelli e gridolini; la selettività alimentare diventa insostenibile e non mangia quasi più niente; al mare non cerca gli altri bimbi, ne sembra infastidito, vuole stare solo con noi della famiglia. Mi dico che si sente inadeguato, perché gli altri parlano e lui no; infatti verso i bimbi piccoli ha slanci di affetto e tenerezze.
Noi intanto facciamo di tutto per seguirlo e per stimolarlo.
A settembre, l’inserimento alla materna è devastante; vengono richieste competenze e autonomie che lui assolutamente non ha.
La differenza tra lui è gli altri bimbi mi sconvolge, anche perché gli altri, nel giro di pochi mesi, hanno fatto passi da gigante mentre lui è rimasto lì.
Le maestre (incompetenti?!) non si soffermano ad osservarlo e capirlo e non si rendono conto dei suoi problemi (anzi, forse lo considerano un bravo bimbo perché non piange, non rompe, non picchia, gioca per i fatti suoi).
Mi precipito dalla neuropsichiatra che rivede il bimbo; le chiedo una diagnosi scritta: sei mesi prima, a voce, era “grave ritardo del linguaggio” , adesso è “disturbo multisistemico dello sviluppo”. Eccoci, ci siamo, lo spettro autistico.
Oggi ho guardato le foto della festa di Natale dell’anno scorso, al nido, e mi sono messa a piangere. La pedagogista mi aveva parlato da poco, aveva detto di non preoccuparmi, che Alessio era normale.
Dopo le feste di quest’anno, invece, Alessio rientrerà a scuola e troverà una nuova maestra, la sua insegnante di sostegno, perché adesso è un bimbo “certificato”.
Noi comunque non ci arrendiamo, anche se mio marito è distrutto e ci sentiamo in colpa per non avere fatto abbastanza…ma sembrava di combattere contro i mulini a vento.
Oltre a due sedute settimanali di logopedia, Alessio ne fa anche una di psicomotricità. Stiamo facendo tantissimi esami, di ogni tipo. Abbiamo fatto l’EEG in due ospedali diversi, addirittura in uno è negativo mentre nell’altro risultano anomalie irritative nel tracciato elettrico, che farebbero pensare a una forma di epilessia latente. Potrebbe anche essere una grave forma di disfasia i cui sintomi assomigliano all’autismo. La strada comunque sarà lunghissima e forse Alessio non sarà mai come gli altri.
La logopedista mi ha detto di non prendere questa diagnosi come una condanna perché il bimbo è ancora in fase di sviluppo e che i miglioramenti, anche se piccoli, ci sono perchè in Alessio “tutti i canali comunicativi sono aperti”
Con questo intervento, non voglio allarmare nessuno né fare del terrorismo. Vorrei solo dire alle mamme di pretendere che il ritardo del linguaggio sia preso nella giusta considerazione, con tutte le visite e gli esami necessari. Vorrei poi consigliare di iniziare precocemente la logopedia (non è vero che si inizia dopo i 3-4-5 anni perché il bimbo deve collaborare); la terapia viene fatta attraverso il gioco e la logopedista facilita la comunicazione in tutti i suoi aspetti, non solo quello verbale.
Lascio anche due frasi che ho trovato in due siti di medicina: se le avessi lette prima, forse mi sarei “sbloccata” io…
“Il linguaggio non è ritardato a causa di pigrizia, né perché il bambino è viziato; un bambino non parla perché non è in grado di farlo.
..."si sbloccherà da solo" o “si sbloccherà all’asilo”... è la risposta più ignorante e incosciente che si possa dare.
Per tanti bambini che si sono attivati da soli, altrettanti hanno poi manifestato quadri patologici di diversi pesi e portate.
Una caro saluto
ho scoperto questo forum quando aspettavo il mio amore Alessio ma non avevo mai scritto. Adesso mi sono decisa, un po’ per sfogarmi un po’ perché spero di essere di aiuto a qualcuno che magari si può trovare nella mia situazione.
Il mio bimbo ha 3 anni e mezzo, è alto (108 cm, porta il 30 di scarpe) sebbene noi non siamo dei giganti, ed è bellissimo (davvero, lo dicono in molti…non sembra neanche nostro figlio!).
Il mio bimbo ha un grave ritardo del linguaggio (dice poche parole, qualche combinazione ma solo su ripetizione, pochi monosillabi per indicare tante cose); porta ancora il pannolino.
Ha avuto un regolare sviluppo psico-motorio, sicuramente fino ai 20 mesi. Poi ho iniziato a vedere che gli altri bimbi iniziavano a parlare (alcuni già prima dei due anni componevano le frasette), che giocavano e socializzavano, che scorrazzavano in triciclo e in bici. Mio figlio queste cose le faceva poco, ma non frequentava l’asilo e soffriva molto di bronchiti. Solo due-tre bimbi, figli di nostri amici, gli piacevano molto e ci stava volentieri; diciamo che era molto selettivo… come nel mangiare. Dopo uno svezzamento perfetto, a un anno aveva avuto un rifiuto totale delle pappe e aveva iniziato a mangiare i pezzetti con le mani, per poi passare presto alle posate. Mangiava poco e pochissime cose ma la crescita proseguiva normalmente; del resto, tanti bimbi fanno i capricci con il cibo…
E poi ovviamente tutti erano sempre pronti a bastonare le mie preoccupazioni (in generale, io sono considerata una persona troppo pessimista):
-“Non parla?” “Vedrai che parlerà, ogni bimbo ha i suoi tempi, quando inizierà non starà più zitto, anche la nipote della zia della mia parrucchiera fino ai 3 anni non diceva una sillaba, poi d’un tratto ha iniziato a recitare la Divina Commedia”.
-“Gli piace stare per i fatti suoi?” “Ma è un bambino timido! Ogni bimbo ha la sua personalità. E poi a quest’età non esiste l’amicizia tra bambini, i bambini giocano vicino ma non insieme…”
Insomma, tanti bla bla bla di rassicurazione.
Quando Alessio compie due anni, lo porto da un pediatra privato a “fare il tagliando” (il mio pediatra della mutua non mi piace; gli avevo parlato delle mie osservazioni sul bimbo ma lui aveva ovviamente minimizzato, senza neanche provare a valutarlo lui). Questo pediatra privato verifica che Alessio ha una buona comprensione, ma che ha un vocabolario di 10-15 parole, che non dice neanche tanto bene e che non combina mai insieme (ad es. non dice “mamma acqua”). E’ maggio, c’è davanti l’estate e a settembre Alessio inizierà il nido, quindi mi dice che si può aspettare qualche mese.
L’inserimento al nido è buono ma Alessio non accenna a parlare (ha due anni e 4 mesi), insisto col pediatra della mutua perché mi invii al dipartimento materno-infantile ma lui è sempre più idiota, mi dice di leggergli dei libri…come se non l’avessimo mai fatto. In casa avevamo una vera biblioteca perchè i libri erano una delle poche attività che faceva, insieme alla visione dei suoi amati cartoni (niente costruzioni, niente macchinine, niente colori…perché di questi giochi non ne voleva sapere e non c’era verso di insistere). Nel frattempo, io sono rimasta incinta.
A novembre mio marito si presenta da solo dal pediatra, pretendendo di essere inviato in neuropsichiatria infantile. Ci fissano un appuntamento e facciamo un colloquio con un operatore dell’Asl, senza il bimbo. L’accento è posto sull’assenza di linguaggio, noi gli raccontiamo tutto quello che Alessio fa e quello che non fa, ma non mi sembra che questo soggetto sia preoccupato. Ci dice che la commissione valuterà il caso (ci sono ben altre urgenze!) e che presumibilmente verremo chiamati dopo un mese. Passa il mese, io penso di rivolgermi privatamente ma nel frattempo la pedagogista del nido, sapendomi preoccupata, mi dice che osserverà attentamente Alessio per qualche giorno, durante le attività e le routines. Poi ci chiama per un colloquio e ci tranquillizza: anche se nel frattempo sono emerse altre peculiarità (iperattività, attenzione labile) dice che rientrano nella normalità, che è un bimbo con il suo caratterino, che fa solo quello che gli pare e piace. Dice anche che la logopedia non si inizia fino ai 4-5 anni…
A gennaio sono sempre più in ansia, l’ASL non chiama e la mia gravidanza è faticosa. Sto per contattare un neuropsichiatria privato quando mi fissano l’appuntamento: la neuropsichiatra di territorio vedrà prima noi genitori da soli, e poi il bambino, ma passerà un altro mese!
Tra febbraio e marzo ci sono 3-4 incontri, la dottoressa gli prescrive l’esame audiometrico (anche se inutile, so che A. ci sente benissimo), mi dà alcuni consigli sui giochi da fare (es. privilegiare il gioco simbolico, come se io non ci avessi mai provato…) e mi dice che, visto il notevole ritardo di linguaggio, Alessio sarà inserito in lista d’attesa per la logopedia come caso urgente.
Nel frattempo io mi sento uno straccio, Alessio è sempre a casa malato, è difficile da gestire (come fosse un bimbo piccolo), io soffro d’insonnia, dico alla ginecologa che la vasosuprina mi dà tanto affanno e lei mi dice che posso smetterla. Ma le cose non vanno bene e il mio piccolo nasce prematuro, a 33 settimane. Altro stress, altre preoccupazioni.
Appena compiuti i tre anni Alessio inizia la logopedia (ci danno una sola volta a settimana), ma in modo incostante, soprattutto a causa della stagione estiva. Non viene più visto dalla neuropsichiatra, che si fida del filtro rappresentato dalla logopedista. I mesi estivi passano veloci e male, non vedo progressi e anzi i comportamenti di Alessio peggiorano: le sue corsette per la casa aumentano, accompagnate da saltelli e gridolini; la selettività alimentare diventa insostenibile e non mangia quasi più niente; al mare non cerca gli altri bimbi, ne sembra infastidito, vuole stare solo con noi della famiglia. Mi dico che si sente inadeguato, perché gli altri parlano e lui no; infatti verso i bimbi piccoli ha slanci di affetto e tenerezze.
Noi intanto facciamo di tutto per seguirlo e per stimolarlo.
A settembre, l’inserimento alla materna è devastante; vengono richieste competenze e autonomie che lui assolutamente non ha.
La differenza tra lui è gli altri bimbi mi sconvolge, anche perché gli altri, nel giro di pochi mesi, hanno fatto passi da gigante mentre lui è rimasto lì.
Le maestre (incompetenti?!) non si soffermano ad osservarlo e capirlo e non si rendono conto dei suoi problemi (anzi, forse lo considerano un bravo bimbo perché non piange, non rompe, non picchia, gioca per i fatti suoi).
Mi precipito dalla neuropsichiatra che rivede il bimbo; le chiedo una diagnosi scritta: sei mesi prima, a voce, era “grave ritardo del linguaggio” , adesso è “disturbo multisistemico dello sviluppo”. Eccoci, ci siamo, lo spettro autistico.
Oggi ho guardato le foto della festa di Natale dell’anno scorso, al nido, e mi sono messa a piangere. La pedagogista mi aveva parlato da poco, aveva detto di non preoccuparmi, che Alessio era normale.
Dopo le feste di quest’anno, invece, Alessio rientrerà a scuola e troverà una nuova maestra, la sua insegnante di sostegno, perché adesso è un bimbo “certificato”.
Noi comunque non ci arrendiamo, anche se mio marito è distrutto e ci sentiamo in colpa per non avere fatto abbastanza…ma sembrava di combattere contro i mulini a vento.
Oltre a due sedute settimanali di logopedia, Alessio ne fa anche una di psicomotricità. Stiamo facendo tantissimi esami, di ogni tipo. Abbiamo fatto l’EEG in due ospedali diversi, addirittura in uno è negativo mentre nell’altro risultano anomalie irritative nel tracciato elettrico, che farebbero pensare a una forma di epilessia latente. Potrebbe anche essere una grave forma di disfasia i cui sintomi assomigliano all’autismo. La strada comunque sarà lunghissima e forse Alessio non sarà mai come gli altri.
La logopedista mi ha detto di non prendere questa diagnosi come una condanna perché il bimbo è ancora in fase di sviluppo e che i miglioramenti, anche se piccoli, ci sono perchè in Alessio “tutti i canali comunicativi sono aperti”
Con questo intervento, non voglio allarmare nessuno né fare del terrorismo. Vorrei solo dire alle mamme di pretendere che il ritardo del linguaggio sia preso nella giusta considerazione, con tutte le visite e gli esami necessari. Vorrei poi consigliare di iniziare precocemente la logopedia (non è vero che si inizia dopo i 3-4-5 anni perché il bimbo deve collaborare); la terapia viene fatta attraverso il gioco e la logopedista facilita la comunicazione in tutti i suoi aspetti, non solo quello verbale.
Lascio anche due frasi che ho trovato in due siti di medicina: se le avessi lette prima, forse mi sarei “sbloccata” io…
“Il linguaggio non è ritardato a causa di pigrizia, né perché il bambino è viziato; un bambino non parla perché non è in grado di farlo.
..."si sbloccherà da solo" o “si sbloccherà all’asilo”... è la risposta più ignorante e incosciente che si possa dare.
Per tanti bambini che si sono attivati da soli, altrettanti hanno poi manifestato quadri patologici di diversi pesi e portate.
Una caro saluto