
Sveglia dalle 5,30 (come sempre accade in ospedale, dove la vita comincia presto…), digiuna dalla mezzanotte, con un lieve mal di testa dovuto appunto al digiuno, non mi concedo nemmeno di leggere per far passare il tempo, con la paura che il mal di testa possa aumentare ulteriormente. E così guardo l’orologio in continuazione: 9:00… 9:02… 9:05… 9:07… sembra che il tempo non passi. Eppure alla fine arrivano le 12:30 e finalmente tuo papà mi raggiunge in ospedale e mi affianca in questa attesa.

Dopo qualche chiacchiera e un po’ di risate mentre mi infilo la camicia che mi hanno dato per il cesareo (si chiude sulla schiena solo in due punti e lascia intravedere tutto, visto che indosso solo le mutandine!), alle 14,30 ci chiamano per andare in sala parto. Accompagnati da un’inserviente poco gentile, raggiungiamo il reparto dove tuo papà viene bloccato all’ingresso – mi raggiungerà più tardi – mentre io incontro la dottoressa che eseguirà il cesareo e anche una mia ex adolescente in parrocchia, che sta giusto smontando dopo il suo turno come dottoressa (come mi riempie di orgoglio questa cosa… come se avessi qualche merito!).
Mi lasciano ad aspettare in una stanza per venti minuti, poi arrivano per prepararmi all’intervento: flebo, ultime domande per la denuncia di nascita, mi sistemano sul lettino dove facciamo l’ultimo monitoraggio – quanto ti muovi: sembra che tu abbia capito che le cose stanno per cambiare


In sala operatoria, si accorgono che ho ancora le mutandine (“Ma signora, cosa fa ancora con le mutande?”… “Be’, nessuno mi ha detto di toglierle!”… “Ma signora, non ha nemmeno il catetere!”… vorrei quasi rispondere: “Ehm… nessuno mi ha detto di metterlo!”…


Sono le 15,25 all’incirca.
Ovviamente non sento il taglio, ma sento tirare: mi dicono che siano le aderenze del precedente cesareo. La dottoressa mi comunica che la tua presentazione è cefalica, ma hai un doppio giro di cordone attorno al collo.



Poi comincia l’attesa che l’intervento finisca. La fretta di poter essere finalmente nella saletta di osservazione con il tuo papà, la fretta di tornare in camera per poterti finalmente tenere in braccio… Ogni tanto – per passare il tempo – guardo il vetro dell’anta di un armadio alla mia sinistra, nel quale si riflette il campo operatorio. Non vedo molto, ma qualcosa riesco a intuire. Finalmente, sento che contano le garze e poi procedono con la sutura: vedo e sento una specie di cucitrice con cui mi mettono una quindicina di graffe metalliche. Sono le 16,07 e l’intervento è finito. Tolgono il telo, mi liberano il braccio destro e cercano di ripulirmi un po’ dal disinfettante, mentre la dottoressa mi informa dell’esito dell’intervento: mi parla della tua posizione cefalica, dei due giri di cordone ombelicale attorno al tuo collo, ma soprattutto della parete del mio utero che, in corrispondenza della cicatrice del cesareo di Mauro, era sottile come carta velina. Alla fine, la decisione di effettuare un cesareo è stata sicuramente la migliore: chissà come sarebbe andata se avessi tentato un parto naturale. Forse alla fine, cara Sara, hai fatto bene a presentarti trasversa all’ultima ecografia!

Mi spostano sulla barella e finalmente sono nella saletta di osservazione – il luogo dove il tempo sembra non passare mai. Dopo dieci minuti – ma quanto sono lunghi dieci minuti?

Ora sei con noi... ed è cominciata la nostra splendida vita a 4!!!
